Buon compleanno Compact Disc!

05/10/2007 07:00

Nell’agosto del 1982, 25 anni fa, Philips e Sony avviavano la produzione dei cd musicali su larga scala. Fu vera rivoluzione digitale?

Iniziamo questo viaggio attraverso gli ultimi 25 anni con una curiosità: perché la scelta di solo 74 minuti in un disco di 12 centimetri? Il progetto originale di Philips prevedeva un’ora di musica in 11,5 centimetri, poco più di un Lp in vinile. Chi fece cambiare le carte in tavola fu il vicepresidente della Sony, Norio Ohga, che voleva che il nuovo formato digitale contenesse la Nona Sinfonia di Beethoven, nella versione più lunga sul mercato: una registrazione fatta al Bayreuther Festspiele nel 1951 e diretta da Wilhelm Furtwängler. Durata? Appunto i mitici 74 minuti del cd (poi aumentati).

Il Compact Disc è nato dalle ceneri del videodisco, che fu un flop commerciale ma va ricordato come il primo supporto audiovisivo, che lavorava senza contatto fisico con il dispositivo di lettura. Il nome Compact Disc non fu scelto subito: ne furono proposti altri, fra cui Mini Rack, MiniDisc e Compact Rack. Alla fine fu scelto il nome attuale, perché richiamava il nome della Compact Cassette, la popolare musicassetta che già all’epoca girava nei primi “walkman”. Il primo cd in commercio fu “The Visitors” del gruppo svedese degli Abba: non andò molto bene al quartetto scandinavo, che si sciolse per via delle pessime vendite di un disco troppo malinconico per i gusti del mercato. La prima stampa di un cd fu la “Sinfonia Alpina” di Richard Strauss con la conduzione di Herbert von Karajan. Nel 1985 “Brothers in arms” della band britannica Dire Straits fu il primo cd a superare il milione di copie vendute E’ ancora oggi il maggior successo per un album oltre a essere anche il primo in DDD, ossia interamente digitale dalla registrazione alla vendita.

Fino a oggi sono stati venduti oltre 200 miliardi di cd musicali in tutto il mondo. Il picco fu raggiunto nel 2000, con 2,4 miliardi di album venduti. I dati più recenti indicano vendite in calo. Secondo l’Ifpi (Federazione Internazionale dell’industria fonografica) le vendite digitali raggiungeranno nel 2010 un quarto di quelle totali mondiali. La quantità prodotta fino a oggi è comunque impressionante: se i cd venissero impilati uno sopra l’altro, osservano alla Philips, malgrado ognuno sia spesso solo 1,2 millimetri, potrebbero fare il giro della terra per ben sei volte.

Nonostante il supporto resti il più utilizzato, la crescita del download sul web mette in seria crisi il cd. E’ una questione di tempi: nel 1982 ci volevano 27 secondi per trasformare il Makrolon (il polimero da comprimere) in dischi, oggi ne bastano solo 3. Questione di secondi, dunque. Spazio e tempo stanno fregando il cd. Oggi i consumatori richiedono file musicali che occupino poco spazio nella memoria dei supporti portatili e poco tempo per scaricarli dai siti internet, che distribuiscono musica. Ma il cd sembra soffrire di una malattia che lui stesso ha iniziato a diffondere. Negli anni Ottanta erano un bene prezioso, costavano circa 25mila lire (più o meno 13 euro) e trattati come una reliquia per via della loro fragilità. Oggi vengono maltrattati, masterizzati, scritti più volte a pennarello sulla loro superficie cangiante.

La copertina del disco non è più un oggetto capace di fare la differenza, anzi viene sistematicamente snobbata. A dir la verità era stato proprio il passaggio dal vinile, con la sua grande confezione in cartone, al cd, con la scatoletta di plastica, a dare una mazzata alle velleità artistiche di molti cantanti e gruppi. Le copertine psichedeliche degli album dei Pink Floyd, quelle fantasiose degli Yes o anche quelle più hot di Fausto Papetti dovevano abbandonare il formato extra large per passare a quello small. In molti non hanno mai amato il cd. Qualcuno lo accusa di aver ucciso il fiorente mercato dell’alta fedeltà d’ascolto musicale. Alzi la mano chi non aveva in famiglia almeno un cugino patito di Hi-Fi e possessore di un impianto per l’ascolto di qualità? Il cd ha aiutato il processo di miniaturizzazione dei lettori, che da singoli elementi si sono fusi in monoblocchi con anche lettore di musicassette e radio. La rivoluzione digitale ha cavalcato da sempre l’onda della qualità d’ascolto, proprio quella che i patiti non sono riusciti mai a trovare nei Compact Disc e che hanno sempre ricercato nei dischi in vinile.

La strada verso il digitale estremo ci ha portato agli mp3, che abbattono le barriere fisiche del supporto per ascoltare musica: le note viaggiano sotto forma di file via internet e sono archiviate negli hard disk dei computer o dei dispositivi portatili. Ormai non si ascolta più, si sente della musica che arriva alle orecchie delle persone e dei ragazzi abituati ai ritmi della playlist e poco interessati agli album. E l’industria discografica risponde con la pubblicazione di singoli slegati dalla logica dell’album, come si faceva con i 45 giri negli anni Sessanta. Per il 25esimo in molti si sono prodotti in necrologi e anche noi ci associamo.

Non ci sono più scuse plausibili o possibilità di ritorni di fiamma come per i dischi in vinile. Il cd, purtroppo per lui, aveva già poco fascino a non molti anni dal suo debutto e la larga disponibilità commerciale di masterizzatori, cd vergini a basso costo e internet hanno svilito la particolarità e la qualità di una tecnologia che meriterebbe maggiore attenzione. La fine del cd è decretata dalla superficialità di consumatori e industria discografica, non dalla scarsa qualità del suono sul disco digitale. Ma tant’è: caro, vecchio cd fattene una ragione.

• Marco Scurati

 

Radiohead: mp3 o vinile, basta cd

Mentre le case discografiche e i negozi virtuali di musica in formato digitale si rincorrono gli uni con gli altri per stare dietro ai nuovi ritmi del mercato, la band inglese dei Radiohead ha deciso di spiazzare tutti gli attori in gara rivolgendosi direttamente all’utente finale. “Scegli tu” assicura la band di Oxford ai suoi fan: o acquistare il cofanetto del nuovo disco “In Rainbow” al prezzo di 40 sterline, oppure scaricare la versione digitale alla cifra che si preferisce. Una vera e propria rivoluzione, non tanto per l’idea in sé quanto per i testimonial d’eccezione che hanno deciso di adottarla, che rischia di far tremare le case discografiche più di quanto abbia fatto il fenomeno della pirateria dalla nascita di internet. “Chi di web ferisce però di web perisce”: assioma contro cui la band britannica si è scontrata dopo i primi giorni di pubblicazione dell’ultima fatica sul sito a prezzo libero: il sito non ha retto all’ondata di richieste e Thom York e compagni stanno valutando il ritorno fra le braccia della Emi, l’etichetta che li aveva scaricati.

•Rebecca Ravizza

 

Amazon e iTunes: sfida a colpi di note digitali


Nell’era del cd acquistare musica voleva dire recarsi in un punto vendita “fisico” come gli store di Ricordi e Messaggerie Musicali. Oggi per comprare l’ultimo album la scelta è “virtuale”: Amazon o iTunes? Lo store online della Apple ha giocato la sua partita in solitudine dalla sua nascita fino alla conquista del 70% del mercato. La musica è cambiata con l’arrivo di Amazon, che ha puntato su un’offerta golosa proposta inizialmente proprio dal numero uno della Apple, Steve Jobs: i brani liberi dal Drm (cioè dal copyright digitale da parte delle major). Con prezzi inferiori, 89 centesimi e 99 centesimi di dollaro per un brano contro l’1,29 dollari di iTunes, Amazon ha iniziato subito a farsi spazio nel mercato aggiudicandosi l’esclusiva dei brani della Emi e minando la fedeltà coniugale fra Universal Music e iTunes. La casa discografica ha così rinunciato all’esclusiva con Apple strizzando l’occhio proprio ad Amazon. Siamo solo all’inizio della guerra per la musica in digitale, che sancisce la fine del cd.

 •Rebecca Ravizza
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