Non è un paese per banda

25/02/2011 11:42

Il Rapporto sull’innovazione delle Regioni condanna ancora una volta l’Italia, che nonostante gli investimenti è regina del digital divide.

 

A 150 anni dalla sua unificazione bisogna rifare l’Italia, questa volta in versione digitale. Questo quanto si legge tra le righe del Rapporto sull’Innovazione nell’Italia delle Regioni, che traccia il profilo, non proprio tecnologicamente avanzato, del Belpaese. L’avanzata della banda larga internet e della digitalizzazione della Pubblica Amministrazione procede lentamente, a dispetto dei 4,5 miliardi di euro stanziati complessivamente dai ventuno governi regionali nel 2007. Il piano di sviluppo che andrà a concludersi nel 2013 molto probabilmente non riuscirà risolvere il digital divide, vero problema per la comunicazione, l’informazione e l’economia nazionale.

 

Otto milioni di italiani, concentrati prevalentemente nelle aree rurali e montuose del paese, non hanno accesso ad alcun tipo di banda larga. Secondo lo studio promosso dal Cisis (Centro interregionale per i sistemi statistici) e dal Forum Pa, l’espansione del web in Italia deve essere l’obiettivo del prossimo decennio, portando all’intera popolazione una banda minima di 2 Mbps e realizzando contemporaneamente una rete Ngn in fibra ottica. Le regioni più assillate dal gap digitale sono la Valle d’Aosta, con una copertura del web veloce del 43%, il Molise, con il 39%, la Calabria, ferma al 36%, e la Basilicata, fanalino di coda con il 34%, tutte penalizzate dalla morfologia del territorio e dalla debolezza della domanda. Situazione opposta in Lazio, Campania, Liguria, Lombardia e Puglia, tutte comprese tra il 75 e il 62% di copertura a banda larga.

 

“L’arretratezza digitale italiana è opinione comune, ma l’indagine la conferma - dichiara Giulio De Petra, responsabile del comitato Riir 2010 - : non solo non abbiamo sviluppato l’agenda digitale, ma neanche c’è una linea chiara. Eppure alcune Regioni scalano le classifiche in Europa a livelli adeguati, se non addirittura eccellenti. Esiste quindi una possibilità di cooperare per progetti innovativi a livello nazionale, mutuando le piattaforme da regioni capaci di fare politiche territoriali di sviluppo. La media rispetto all’Europa è bassa, ma il problema è centrale, non regionale”. Di parere opposto è invece Renzo Turatto, capo dipartimento per la digitalizzazione della Pubblica Amministrazione: “I servizi centrali sono più sviluppati rispetto a quelli locali. Considerando le Regioni, verifichiamo una forte polarizzazione, che non dipende dalla posizione geografica”. Il problema rispetto alle politiche europee si fa ancor più pressante se si considera la linea della Ue, che sempre di più vede internet come servizio universale che i governi nazionali devono garantire ai propri cittadini.

 

Gli investimenti previsti dal piano 2007-2013 dovrebbero agire su tre livelli differenti. Un intervento centrale, finalizzato all’ammodernamento della rete in rame mediante il collegamento in fibra ottica delle centrali finora non raggiunte dalla banda larga. Interventi regionali per la creazione di network e lo sviluppo della fibra ottica negli enti pubblici, nonché la predisposizione di piani per reti Ngn per una futura integrazione con la fibra. Interventi locali, promossi da comuni o province, per promuovere l’accesso a internet anche tramite wifi pubblico o reti cittadine in fibra. Al termine del 2010, le Regioni che più hanno investito nello sviluppo delle reti sono state la Sicilia, la Puglia e la Campania (tutte tra i 21 e i 32 milioni di euro per oltre 1.400 chilometri totali di fibra ottica), ansiose di recuperare il tempo perduto. Lazio e Lombardia hanno speso meno (18 milioni complessivi) ma sono comunque a buon punto, con 550 chilometri totali di fibra quasi equamente divisi.

 

COMUNI DIGITALI

95,5%     pc comunali connessi a reti lan

14,0%     comuni con gestione doccumenti digitali

13,0%     comuni con servizi e-payment

 

Una volta determinate le strategie di rete, bisogna agire sulle innovazioni della tecnologia in dotazione alla Pubblica Amministrazione locale e sul rinnovo di quella domestica in possesso dei cittadini. Secondo il rapporto Cisis, è impensabile che molti degli 8mila comuni italiani (il 70% dei quali con popolazione inferiore ai 5mila abitanti) possano costrui­re complessi dispositivi di innovazione tecnologica: investimenti, competenze e soglia di sostenibilità organizzativa restano punti critici difficili da superare. I servizi informatici di base sembrano funzionare, con l’84,8% dei dipendenti comunali dotati di un pc, il 95,5% dei quali connessi a rete Lan. Tuttavia, gli enti pubblici non sembrano essere pronti alla svolta che porterà molti dei servizi a disposizione dei cittadini sulle pagine online delle amministrazioni locali. I comuni che hanno attivato il protocollo elettronico sono il 92%, ma il 71% di essi ha realizzato solo il nucleo minimo. Le amministrazioni che hanno introdotto un sistema di gestione documentale sono poco più del 14%, mentre i pagamenti elettronici via web sono disponibili solo nel 13% degli uffici comunali (appena il 3,7% in Sicilia). La dematerializzazione della Pubblica Amministrazione appare dunque lontana. Situazione complessa anche all’interno dei nuclei familiari. Stando ai dati del 2010, nel 66,5% delle abitazioni italiane è presente un pc, contro una media europea del 71%. Il 59% delle famiglie accede a internet direttamente da casa (l’Ue si attesta al 70%), ma solo il 49% possiede una connessione a banda larga (il 61% in Europa).

 

 

La società dell’informazione, del commercio e dei servizi digitali deve attendere. E il danno, al di là delle disparità regionali, è collettivo, perché la digitalizzazione si traduce in un vantaggio per i cittadini e per le imprese: servizi pubblici più pratici e meno dispendiosi, agevolazione dei commerci e delle attività di marketing. L’evoluzione, per ora,  avanza lentamente. Restano chiari gli obiettivi entro il 2013: garantire il web veloce al 100% dei cittadini, alzare al 75% la popolazione degli internauti nazionali e portare il 33% delle imprese nella rete dell’e-commerce. Traguardi difficili da raggiungere, ma da non mancare, per restare al passo con il resto del continente.

• Stefano Pini