
30/04/2010 11:43
Sony smette la produzione dei floppy disk. L’informatica abbandona l’ultimo dei suoi simboli originali e guarda a un futuro senza supporti.
L’adagio ‘si stava meglio quando si stava peggio’ non appartiene all’universo delle nuove tecnologie. ‘Evoluzione’ è il mantra risolutivo. Difficile però trattenere l’assurgere di qualche ricordo melanconico alla notizia della definitiva cessazione di produzione dei floppy disk, data da Sony nei giorni scorsi.
A marzo 2011 la compagnia giapponese, che detiene il 70% di quello che ormai è un mercato anemico, fermerà anche le vendite, ritirando il reso dai pochi negozi che ancora hanno i dischi con linguetta metallica sui loro scaffali. Terminerà ufficialmente la storia dei supporti elettromagnetici che rimandano all’informatica dei primordi, a scritti da salvare e poi conservare con cura, evitando che la polvere rendesse i floppy illeggibili o che gli stessi si smagnetizzassero con il tempo. 3,5 pollici che debuttarono sul mercato nel 1981. Preistoria tecnologica, eppure fino alla metà degli anni Novanta i ‘dischetti’ sono stati la tipologia di memoria portatile più usata per i computer di tutto il mondo.
Un’epopea cominciata nel 1967, con l’avvento dei dischi da 8 pollici (20 centimetri di diametro), supporti di sola lettura che Ibm sviluppò per caricare microcodice sui suoi mainframe System/370. La prima azienda a incorporare il lettore apposito per floppy disk in un computer fu Olivetti. La casa di Ivrea lo installò nel modello P6060, presentato alla fiera di Hannover nel 1975. Le versioni più utilizzate e conosciute sono state però quelle più recenti. Il supporto a 3,5 pollici, che sostituì quello da 5,25 pollici, è stato inventato proprio da Sony, che riuscì a imporlo a livello globale aiutata da Apple. Nel 1987, i dischetti ampliarono la propria capacità fino a 1,44 megabyte.
Paradossalmente, la stessa Apple contribuì in maniera decisiva anche al declino dei floppy. Nel 1998 decise, prima al mondo, di lanciare una serie di computer dotati esclusivamente di unità cd-rom (gli iMac). Quell’anno il mercato delle memorie elettromagnetiche era ancora florido e contava circa due miliardi di pezzi venduti. Il successo dei cd prima e quello - in rapida successione - di dvd, hard disk portatili e chiavi Usb ha relegato velocemente i floppy disk al ruolo di oggetti di modernariato informatico. Nel 2007 il 98% dei pc in commercio era ormai privo dell’inconfondibile fessura per leggere il dischetto di memoria, il cui destino era segnato.
Le scomodità e le disfunzioni legate allo storico supporto non si contano: immagini troppo grandi per poter essere incamerate nel risicato spazio a disposizione, dunque da comprimere in appositi pacchetti tramite passaggi noiosi; lunghi secondi necessari per salvare ciascun documento. Eppure, ora che non se ne vedranno più, la memoria ricorderà solo episodi sfuocati degli anni Ottanta, quando i personal computer di casa erano più simili a totem di plastica e metallo dotati di schermo che a raffinati accessori di design, e quando per diffondere qualcosa occorreva ancora copiarlo materialmente, in qualche modo.
Questa forma di romanticismo deviato, infatti, non è solo nostalgia del tempo che fu, ma rimanda alla progressiva perdita di fisicità delle informazioni, ulteriormente accelerata dall’avvento di internet e dagli archivi online, capaci di trattenere una quantità enorme di dati e documenti per tempi biblici, consentendone l’accesso (potenziale) a milioni di individui. Cd e dvd hanno fatto da ponte tra l’era magnetica e quella puramente plastica, in naturale consequenzialità. Il salto compiuto a inizio anni Duemila è ben più radicale e segna l’inizio dell’era digitale, in cui la forma è immateriale e il supporto superfluo.
• Stefano Pini