
15/03/2010 11:08
L’inchiesta di Trani, che venerdì ha portato alla luce - grazie alla soffiata pubblicata da Il Fatto - le trame di Silvio Berlusconi per screditare e limitare l’impatto degli approfondimenti Rai a lui meno affini (come Annozero e Ballarò) attraverso pressioni sull’Agcom, si infittisce e vedrà quest’oggi l’arrivo degli ispettori ministeriali mandati dal ministro alla Giustizia Alfano.
Avranno il compito di accertare la competenza territoriale e eventuali abusi delle intercettazioni da parte dei magistrati che stanno seguendo l’indagine. L’Anm di Bari ha rivendicato la propria autonomia, lamentando che l’invio degli ispettori rischia di essere “un intralcio all’inchiesta”.
E’ probabile che il procedimento, che vede coinvolto il presidente dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, il presidente del Consiglio e il direttore del Tg1 Augusto Minzolini, venga spostato a Roma.
E, mentre si discute delle competenze territoriali dei giudici, la Rai scende un altro gradino verso il purgatorio dell’informazione. Il servizio pubblico è da tempo in subbuglio e le rivelazioni di Trani aggiungono polvere al caos che regna tra i corridoi di Viale Mazzini, già scossi nel fine settimana dalla sentenza del Tar del Lazio che consentiva alle reti private di andare in onda con talk show di argomento politico durante il periodo elettorale.
In attesa del Cda di questo pomeriggio, si discute circa una possibile retromarcia sui talk anche da parte della Rai, come auspicato da Sergio Zavoli (presidente della Vigilanza) dopo la decisione del Tar: “Basta con gli errori veri e finti, i diritti calpestati e declamati - ha detto Zavoli - Il consiglio di amministrazione ha il prestigio, il senno e il dovere di fare la prima mossa, con i propri margini di autonomia”.
Immediata la risposta del presidente Paolo Garimberti: “È evidente che sono favorevole alla ripresa delle trasmissioni di approfondimento - ha detto - ma la commissione di Vigilianza avrebbe dovuto e potuto fare la sua parte: convocarsi urgentemente, come ha fatto il Cda, per modificare il regolamento applicativo della par condicio”.
Regolamento che ha privato le tre reti statali di una parte importante del loro palinsesto, negando di fatto il principio di pluralità e dovere d’informazione alla base del servizio pubblico.