
15/01/2010 12:20
L’analisi annuale di Reporters sans Frontières evidenzia le difficoltà incontrate dall’universo dell’informazione negli ultimi dodici mesi.
Il 2009 sarà ricordato negli annali come l’anno nero del giornalismo, quello che ha visto il più grande massacro di reporter commesso in un solo giorno, nel Sud delle Filippine. Le cifre parlano chiaro, 76, secondo il rapporto di Reporters sans Frontières, ovvero il 26% in più del 2008, sono i redattori periti in nome dell’informazione; 573 invece sono quelli arrestati, mentre cresce in modo preoccupante il numero dei blogger dietro le sbarre o in fuga dai paesi d’origine.
Aminacciare gli operatori della carta stampata sono, in particolar modo, le guerre e le elezioni. Coprire un conflitto rende i giornalisti obiettivi privilegiati di sequestratori e di chi voglia metterli a tacere definitivamente. Non va molto meglio in periodo pre e post elettorale, in cui si rischia il carcere o, nelle migliori delle opzioni, l’ospedale. Anche la censura contribuisce ad avvelenare il clima e non c’è nessun paese che si sottragga a questo tipo di repressione.
“Colpisce particolarmente il massiccio esodo dei giornalisti dell’Iran e dello Sri Lanka, in fuga da paesi oppressivi che, favorendo l’esilio, provocano la riduzione del pluralismo di idee” ha affermato Jean-Francois Julliard, segretario generale di Reporters sans Frontières. “Meno conosciuti dall’opinione pubblica dei grandi reporter, sono quei giornalisti locali che pagano il prezzo per tenerci informati sui conflitti e la corruzione” prosegue Julliard. I gruppi islamici radicali, da soli, hanno causato la morte di 15 reporter. I rapimenti invece sono diffusi soprattutto in Afghanistan, Messico e Somalia. Minacce e simili forme di violenza hanno raggiunto la quota di 1.456 casi. A esporsi sono stati, in maggioranza, gli americani, sfidando i boss della droga e potenti criminali. Le elezioni nei diversi paesi, nell’anno appena passato, si sono distinte per un elevato tasso di abusi. I 30 giornalisti assassinati sull’Isola di Mondanao coprivano il tentativo di un oppositore di iscriversi come candidato alle elezioni regionali del 2010. E anche nei paesi a elezioni pluraliste, gli addetti della carta stampata non trovano terreno facile. Il loro coraggio spesso viene premiato con lunghe e ingiuste detenzioni.
Il 2009 segna anche la preminenza, per la primissima volta dall’apparizione di internet, di incarcerazioni per 110 blogger che hanno osato esprimere sul web la loro opinione. Molti stati inoltre hanno scelto la via della criminalizzazione per qualunque forma di libera espressione. Il web però, in alcuni paesi come Iran e Cina, rimane il motore della contestazione. Blogger professionisti e semplici cittadini colpevoli di aver avanzato critiche, sono stati aggrediti o minacciati. La crisi economica poi è un tema molto sensibile, e ha causato l’incarcerazione di un blogger in Corea del Sud. Anche i paesi più democratici, con la scusa di prendere provvedimenti contro la pedopornografia, hanno annunciato nuove misure di filtraggio, nocive per la libertà di espressione.
“Di anno in anno, il numero dei paesi toccati dalla censura su internet sono raddoppiati. Una tendenza inquietante che sottolinea il rafforzamento del controllo sui nuovi media” ha affermato Lucie Morillon, responsabile del Bureau Internet et Libertés. Al 30 dicembre 2009, almeno 167 giornalisti si trovavano imprigionati nel mondo. Una cifra simile era stata toccata solo negli anni novanta. Le pene inflitte ai redattori cubani, cinesi e iraniani, sono severissime ed equiparabili a quelle imposte agli autori di crimini di sangue e terroristi.
Prigione e violenza sono le risposte più frequenti offerte ai professionisti della carta stampata. In Medio Oriente, ad esempio, si verifica un’aggressione al giorno. In Honduras, il colpo di stato del 28 giugno 2009, sostenuto dalla stampa conservatrice, ha provocato la chiusura o la sospensione di molti redattori. Solo a Cuba, nel 2009, è salito a 25 il conteggio dei giornalisti incarcerati. In alternativa alla prigione c’è la convocazione davanti ai giudici, con tutte le conseguenze del caso. L’esilio forzato, a volte, rimane l’unica strada per preservare la propria vita e libertà. Nel 2009 sono stati 157 i professionisti costretti ad abbandonare la terra d’origine, in condizioni molto difficili.
• Maria Sole Bosaia
Di Giorgio Bellocci
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