Carceri italiane tabù televisivo

06/11/2009 11:14

LA TV DA I NUMERI
Di Giorgio Bellocci

Da quando è stata divulgata la notizia del suicidio nel carcere di Rebibbia dell’ex brigatista Diana Blefari Melazzi nel palinsesto televisivo si sono succeduti vari momenti di approfondimento. Da “L’infedele” a “Ballarò”, passando per tre puntate di “Porta a porta”, “Omnibus”, “Iceberg” e “Exit”. Nessuno ha trattato il tema dell’emergenza carceri che c’è in Italia. Certo, è una fortuna che le trasmissioni del daytime non lo abbiano affrontato.

Vi immaginate Maurizio Belpietro commentare a “Mattino 5” gli inutili appelli rivolti in passato dagli avvocati della Blefari all’amministrazione penitenziaria? Quelli in cui si documentava un preoccupante stato psicofisico della donna. O i conduttori di “Italia sul due” e “La vita in diretta” interrogarsi sul coro di proteste del mondo civile e dei Radicali per la misteriosa morte in un padiglione ospedaliero penale di Stefano Cucchi...?

Meglio non immaginare, ma sta di fatto che anche i talk serali hanno preferito parlare d’altro piuttosto che della suddetta emergenza (crisi economica e transessuali i temi più gettonati). Con la lodevole eccezione di “Linea notte” che lunedì, verso mezzanotte, ha aperto con il caso Blefari. Il mio sconforto aumenta perché mentre scrivo queste righe mi giunge la notizia che anche la puntata di “Annozero” in onda stasera non tratterà della gravissima situazione carceraria. E dire che sia il caso dell’ex brigatista, sia quello del giovane Cucchi sono caratterizzati da tante zone oscure che dovrebbero stimolare la curiosità dei cronisti. Da mercoledì, del resto, le due vicende sono sparite dalle prime pagine dei principali quotidiani e sembrano già destinate alla nicchia composta da qualche giornalista esperto di terrorismo e di istituti di pena (come Giovanni Bianconi e Carlo Bonini).

Che dire? Posso augurarmi che al più presto si possa vedere anche sulle tv generaliste il bellissimo film La banda Baader Meinhof, ispirato alle azioni di un gruppo rivoluzionario armato che all’inizio degli anni 70 lanciò una sanguinosa sfida alle istituzioni tedesche. Un film che senza simpatizzare per Ulrike Meinhof e i suoi compagni, responsabili di vari omicidi, racconta alla perfezione cosa può fare uno stato teoricamente democratico per punire i propri prigionieri.

Se i più giovani lettori di questa rubrica facessero una ricerca nel web scoprirebbero che tutti i componenti della banda si sono suicidati in carcere, ma troverebbero pure dei siti assolutamente moderati che per il caso Baader Meinhof alludono a “omicidio di stato”...
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