Donne e tecnologia, un futuro prossimo

Donne e tecnologia, un futuro prossimo

28/11/2013 15:16

Forme di futuro era il tema degli incontri all’Internet festival di Pisa. Nutrita la presenza di donne: matematiche, fisiche, economiste, informatiche, filosofe e letterate, studentesse e ricercatrici. La tecnologia il punto condiviso. Da Google a Facebook, scendendo giù per le università e le abitudini familiari, però i maschi sembrano prevalere sulle femmine quando di tratta di informatica. L’argomento è tornato alla ribalta con il successo di Twitter in Borsa, e il deserto di donne nel suo consiglio di amministrazione. Ma un altro dato cambia ancora le prospettive: cresce il numero di start-up create da donne e c’è chi si chiede se non ci sia il mercato difficile di questi tempi che spinge le donne a mettersi in proprio e a farlo attraverso internet. “C’è un’ondata di start-up in questo momento tutte concentrate sulla bellezza e la moda, in genere con un taglio di e-commerce, e molte sono fondate da donne – dice Cella Irvine, ceo di Vibrant, un’agenzia newyorkese di pubblicità online -. Ora, penso che sarebbe molto interessante scavare in questo fenomeno, per capire anche quanto deriva dal dover gestire un mercato povero di posti di lavoro e quanto è davvero un cambiamento di come le donne si sentono a loro agio nel fare le imprenditrici“. Irvine fa anche notare che la grande maggioranza di donne fondatrici di start-up ha fra i 25 e i 35 anni e non ha figli; ed è scettica sulla possibilità di trovare un equilibrio fra essere imprenditrice e mamma, anzi crede che lo stile di vita di chi fa le due cose insieme sia “il peggiore possibile“. La comunità tecnologica di New York, che ho raccontato nel libro Tech and the City è quella che ha il clima più favorevole alle imprenditrici high-tech rispetto ad altre città: infatti le start-up fondate da donne a New York qui sono il doppio che nella Silicon Valley o a Londra, in proporzione sul totale, secondo la ricerca fatta da Startup Genome sulle caratteristiche degli ecosistemi dove fioriscono più startup. Infatti nella gramde Mela su 100 nuove società high-tech 20 sono fondate da donne e 80 solo da uomini; nella Silicon Valley e a Londra il rapporto scende a 10-90. New York è stata la prima città ad avere un chief digital officer  donna: Rachel Sterne Haot, nominata cdo dal sindaco Michael Bloomberg nel gennaio 2011, quando aveva solo 27 anni. Prima di allora la Haot aveva già creato due sue start-up: nel 2006 il sito di citizen journalism GroundReport, con 7mila collaboratori da tutto il mondo e nel 2009 la società di consulenza digitale Upward.  

La Bbc ha chiesto a un gruppo di manager del gentil sesso di dare la loro spiegazione sul particolare deserto rosa nel settore. Negli Stati Uniti, le studentesse laureate in informatica sono un quinto rispetto agli studenti maschi. Anche nelle aziende si incontra una situazione simile: già in inferiorità numerica, sono moltissime le donne che escono dall’industria tech, schiacciate dal peso di dovere perennemente dimostrare quanto valgono e poco aiutate anche dagli orari di lavoro mal conciliabili con la famiglia. Susan Wojcicki, responsabile della pubblicità su Google, ha osservato il fenomeno tra le mura di casa, ben prima che in ufficio: “Mi sono resa conto che mio figlio aveva praticamente monopolizzato il computer a casa” ha dichiarato al sito britannico di informazione. E così la “figlia aveva rinunciato, gli aveva concesso tutto il tempo, e non pensava che i computer fossero interessanti”. La soluzione al conflitto familiare? La ragazza inviata a un campo estivo di orientamento alla tecnologia. Eppure, per la manager di Google, la presenza di donne nella tecnologia è necessaria semplicemente per costruire prodotti migliori. In effetti, grande parte dell’utenza di programmi e dispositivi è femminile, sarebbe dunque logico aspettarsi un contributo sostanziale del gentil sesso nella ideazione e creazione di questi prodotti. Il crescente dominio della tecnologia significa che nel prossimo futuro molti aspetti della vita conterranno un elemento tecnologico: “Se si vuole cambiare il futuro, - quindi - si vuole essere parte del mondo informatico”, sostiene Telle Whitney, attivista dell’Anita Borg Institute, che promuove la diversità di genere nella Silicon Valley. La blogger e manager della Basho Technologies, Shanley Kane, è piuttosto radicale nel denunciare alcuni comportamenti maschili che rendono difficile per le donne riuscire a dire la loro nel mondo dell’it, convincendole, semplicemente, a non farlo. Addio nerd timidi e introversi dunque, si fa avanti una generazione di geek  in cerca di una nuova personalità iper-maschile: “Osserviamo uno stereotipo estremamente aggressivo e iper-sessuale del geek che sta cominciando a prendere piede” denuncia la Kane. 

Per le donne, insomma, si tratta di affrontare un ambiente piuttosto ostile su cui, per di più, sembra stendersi una coltre di silenzio. Poche denunce, poco dibattito, poche reazioni. E le donne che ne parlano, come le intervistate, devono mettere nel conto il peso di dure critiche.   

Un modo per diminuire il divario di genere nel mondo high-tech è incoraggiare le ragazze a studiare le materie stem, come le chiamano in America: science, technology, engineering and mathematics. Proprio a New York nell’estate 2012 è nata la prima iniziativa rivolta alle studentesse delle scuole medie, Girls who code: un seminario di due mesi ospitato da aziende, in cui le ragazze di 13-17 anni imparano a scrivere programmi di software, a disegnare siti internet, creare applicazioni; imparano soprattutto che queste materie sono divertenti e accessibili non solo ai maschi fanatici di computer. La seconda edizione, la scorsa estate, ha visto la partecipazione di 150 ragazze, che hanno studiato e lavorato nelle sedi newyorkesi di Cornell Tech, Iac, Goldman Sachs e At&T. 

Seguici su Twitter @QuoMediaNews



571