Caccia al mostro, la stampa ha fame

Caccia al mostro, la stampa ha fame

26/06/2014 16:16

C'è una curiosa coincidenza che ha portato al quasi contemporaneo arresto del presunto assassino di Yara Gambirasio e al diffondersi della notizia di un efferato omicidio commesso a Motta Visconti, nel milanese, dove un uomo ha ucciso la moglie e i figli piccoli. La prima notizia bomba arriva direttamente dalla bocca del ministro dell’Interno Angelino Alfano: “E’ stato individuato l’assassino di Yara Gambirasio”. Presunto assassino. Ma il “presunto” non c’è. ma il ministro non è stato l’unico ad aver tenuto una deprecabile condotta. Nel giro di pochissimi minuti i quotidiani hanno iniziato a dare la notizia, alcuni, pochissimi, mantenendo un comportamento deontologicamente corretto, altri, la stragrande maggioranza, hanno invece cominciato a buttarsi famelicamente sui dettagli della notizia. E del nome e del cognome, a quell’ora non c’era ancora alcuna traccia. Il nome è venuto fuori un paio d’ore più tardi, mentre il presunto autore del delitto era ancora sotto interrogatorio e il gip non aveva ancora convalidato il fermo. In poco tempo nome, cognome, foto private, ricostruzioni della vita privata operate hanno impiegato poco meno di due ore per confezionare il nuovo “mostro da prima pagina”. Rispetto per le indagini? Nessuno. Rispetto per i diritti di un imputato? Molto meglio provare a monetizzare la notizia. Dopo l’inarrestabile e incontrollabile fuga di notizie, anche i pm hanno fatto notare il loro disappunto ad Alfano, dichiarando che avrebbero voluto mantenere il massimo riserbo sulla svolta del caso Gambirasio, ma il Ministro ha risposto: “Io non ho fornito dettagli. E comunque l’opinione pubblica aveva diritto di sapere”. 

Il caso Gambirasio è un giallo che ha occupato le pagine dei giornali per 4 anni, prima in maniera morbosa, poi sporadicamente, quando giungeva la notizia di qualche svolta nelle indagini. L'omicidio che si è consumato a Motta Visconti qualche settimana fa, invece, è stato risolto subito, con una soluzione sconvolgente: l'assassino è marito e padre delle vittime. Ma come è possibile raccontare l'orrore, decifrare il non senso, offrire ai lettori una storia di questo tipo? In un caso come quello milanese, gli organi di informazione suscitano nel lettore meccanismi di immedesimazione. Il lettore partecipa della storia che legge attraverso una prossimità emotiva che può esistere solo se la storia gli è vicina. Il racconto della stampa è quello di un uomo normale che improvvisamente e praticamente senza movente commette una strage. L’intrigo sembra costruito con maestria, le parole scelte con cura, in bilico tra gergo tecnico e fruibilità giornalistica. Verbi d'azione, tutti al presente, e dettagli scabrosi, ma solo nel limite tracciato dalla sensibilità comune. Il particolare sul fatto che Carlo Lissi e sua moglie abbiano avuto un rapporto sessuale prima che lui la uccidesse viene salvaguardato, poi arriva il dettaglio più scandaloso: l'uomo si è lavato ed è andato a vedere la partita dell'Italia. Come altri 13 milioni di connazionali. 

E questo sarebbe buon giornalismo? Sarebbe diritto di cronaca? Fare a pezzi la presunzione di innocenza, distruggere le vite degli imputati, delle loro famiglie, dei loro parenti, scavare nella vita di persone morte da un decennio perché probabilmente collegate al presunto assassino e sbattere in prima pagina le loro debolezze e le loro vicissitudini familiari può essere considerato tollerabile? L’Ordine dei giornalisti non è però rimasto insensibile alla situazione e il presidente epino, ampiamente sollecitato dai social network non ha fatto attendere la sua risposta direttamente da Facebook: “ascolto e leggo cronache sull'arresto del presunto assassino di Yara. Provo vergogna. Chiederò agli Ordini regionali di aprire procedimenti disciplinari nei confronti di chiunque abbia avuto comportamenti deontologicamente scorretti. I figli minori e la moglie dell'uomo, i suoi fratelli - gli uni e gli altri sicuramente innocenti e trasformati in vittime - la sua casa esposta senza alcun rispetto, quasi a innescare un nuovo turismo dell'orrore come avvenne ad Avetrana. Vergogna. I presidenti e i vice presidenti degli Ordini regionali hanno deciso di attivare i Consigli regionali di disciplina perché avviino procedimenti a carico di quanti hanno violato le regole deontologiche, esponendo minori ed estranei ai fatti a situazioni di gravi difficoltà personali. Basta foto e nomi di minori, indirizzi della loro casa, agguati ai familiari e agli estranei. Basta con le tragedie trasformate in spettacolo e rese più barbare da un gossip per guardoni”.

Impostazioni di privacy a parte anche vedere ripresa da Facebook quella foto pubblicata il 25 agosto di un anno fa da Carlo Lissi, l’assassino reo confesso di Motta Visconti che ha sgozzato la moglie, la figlia di 5 anni e il figlioletto di 20 mesi, è una cosa che prima dell’era social non era semplicemente possibile. Si possono scorrere le foto caricate da Massimo Bossetti, l’uomo fermato e indagato per l’omicidio di Yara Gambirasio. I social network hanno cambiato il lavoro documentale. Sono di fatto diventati fonti, con un accesso universale. Poi si vedrà. Verifica, precisione, sicurezza di chi appare in quelle immagini ed è totalmente estraneo alle indagini, diritti e questioni legali. I social sembrano aver prodotto un oblio diffuso, un totale scollegamento dal peso delle scelte. Come se le pratiche diffuse da un nuovo tipo di fonte avessero cambiato una buona parte della pratica giornalistica. La Carta di Treviso? Per molti consiste nel pixelare qualche faccia sbarazzina. Questo il massimo dello sforzo e in fondo se li riconoscono per strada peggio per loro, quei ragazzini sono figli del mostro. 

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